Landini, l’ultimo dei Moicani, con il SI al referendum ha tradito i lavoratori metalmeccanici

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di Giovanni Esentato

Maurizio Landini, l’indomito segretario della FIOM-CGIL, l’ultimo sindacalista sopravvissuto della “Classe Operaia” sostiene il SI al Referendum del prossimo 17 aprile. Ed è una posizione difficile da comprendere quando afferma: “Il SI al quesito referendario non produce disoccupati” . Intanto nella sola Ravenna i posti a rischio sono oltre 6000 quelli direttamente impegnati nella manutenzione e produzione degli impianti offshore e 32000 in tutta Italia. Un settore già in aria di crisi al solo annuncio del referendum. Società che fino ad ieri avevano posizione aperte per la ricerca di personale qualificato e specializzato, come marinai, tecnici, meccanici, saldatori certificati RINA, sommozzatori, hanno avviato pratiche per la messa in cassa integrazione del personale o, addirittura, posto in licenziamento persone che – da un giorno all’altro – si sono trasformate in un peso inoperoso piuttosto che una risorsa per l’azienda. Landini tradisce il suo mandato di tutore dei diritti dei lavoratori per aderire ad una campagna ideologica fondata su luoghi comuni, slogan e diatriba di potere fra esponenti del Partito Democratico.
La RANA spa di Marina di Ravenna, società leader italiana, impegnata da 50 anni nei servizi subacquei in Adriatico, ha messo in cassa integrazione i suoi oltre 100 fra sommozzatori, tecnici e personale amministrativo, e  fermando le posizioni “lavora con noi”. Ma c’è di più. Società come Bambini specializzata in trasporti marittimi di persone, materiali per offshore, Hydro Drilling (con un fatturato di oltre 800 milioni di euro nel 2015), Rosetti spa, hanno posto anche loro in cassa integrazione centinaia di persone. E la ricaduta sul territorio è senza precedenti. E sono costi che si riversano sulla collettività. Le aziende che aderiscono ad AISI, Associazione Imprese Subacquee Italiane, e che operano nei servizi subacquei per l’industria rappresentano la punta di diamante di un settore che produce ricchezza, posti di lavoro, know how tecnologico ed ingegneristico, ed un fatturato che supera il miliardo di euro, sono entrate in crisi al solo annuncio del referendum. E sono aziende che applicano il contratto metalmeccanico. Il settore sindacale di Landini. Che si faccia un giro per quelle aziende il segretario della FIOM e vediamo cosa ne pensano i lavoratori per quella sua posizione affianco a persone ed idee che poco o nulla sanno di cosa sia il lavoro offshore. Motivati, come nel caso di Michele Emiliano, da diatribe funzionali alla gestione del potere decisionale sulle concessioni. Altro che tutela dell’ambiente.

Un settore quello offshore di Ravenna che coinvolge alberghi e ristoratori che intorno all’offshore producono posti di lavoro e fatturato di primaria importanza per il territorio. Allora non si capisce la posizione di Landini se non in chiave strumentale e politica contro il governo del Paese.

Chi sostiene il NO al referendum non è contro l’Ambiente. L’ambiente non si difende chiudendo i pozzi di metano attivi. Essi non producono alcun inquinamento se gestiti con responsabilità e legalità. E’ il malaffare che produce inquinamento del territorio. Ma ciò non interessa il settore offshore dove gli indicatori ed i controlli sono di tipo “multilivello”, praticamente impossibili da eludere. Anche volendo. Se in altri settori vi sono dei comportamenti illegali ciò non ha da essere l’indicatore negativo di una risorsa che da oltre 50 anni produce energia pulita e non inquinante. Lo si diceva, infatti, rispetto alle centrali alimentate a carbone o con il nucleare. La scelta ricadde sul gas perché, si diceva, risorsa pulita, con minore emissione di Co2 rispetto al carbone e non pericolosa come quella nucleare. Ora si vuole sostenere che il gas inquina l’ambiente e, pertanto, le concessioni già in atto al loro scadere non devono essere rinnovate. Chiudiamo la bombola del gas nostrano per acquistare la stessa quantità dall’Estero. Atteso che “il rinnovabile” complementare per sostituire quello che noi già abbiamo non è disponibile e non è possibile ridurre il consumo di cui comunque abbiamo bisogno. Un “no nel mio giardino”, se è vero che il gas inquinerebbe. E gli stessi sostenitori del SI non si curano da dove proviene il gas: importante non è estrarlo nel nostro giardino. Sottacendo che per avere la stessa quantità di gas è necessario aumentare il traffico di gasiere (e petroliere) di circa 380 unità navali mediamente di 50mila tonnellate di stazza. Con quel che ne consegue di inquinamento da traffico navale nei nostri mari e nei nostri porti. Non è questa la strada che porta in Paradiso. E se lo fosse – ma non lo è – sarebbe costellata di croci sulle quali vengono crocifissi i lavoratori.

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