Enrico Mattei, l’italiano più potente dopo Giulio Cesare, l’uomo che proiettò l’Italia nell’ Era Industriale.

Enrico Mattei, l’italiano più potente dopo Giulio Cesare, l’uomo che proiettò l’Italia nell’ Era Industriale.
di Giovanni Esentato Ho partecipato recentemente ad un incontro con studenti dell’Istituto Superiore “Scarpa” di Oderzo, in provincia di Treviso. L’argomento dell’incontro promosso dagli studenti è stato il Referendum del 17 aprile. Nel corso dell’incontro ho rappresentato la posizione del NO al Referendum. E durante quell’incontro gli studenti sono stati... Continua »
aprile 13, 2016 / 0

La “democrazia” dei numeri di chi ha voluto il Referendum

La “democrazia” dei numeri di chi ha voluto il Referendum
Le Regioni che hanno presentato il referendum sono 9 per complessivi 21.913.173 abitanti. Su 60.795.213 di cittadini italiani. Quindi si vorrebbe “volontà” popolare su altri 38.882.039 che al momento rappresentano quasi il doppio delle Regioni che hanno chiesto il Referendum. È la democrazia dei numeri. Se tanto mi dà tanto... Continua »
aprile 11, 2016 / 0

Landini, l’ultimo dei Moicani, con il SI al referendum ha tradito i lavoratori metalmeccanici

landini

di Giovanni Esentato

Maurizio Landini, l’indomito segretario della FIOM-CGIL, l’ultimo sindacalista sopravvissuto della “Classe Operaia” sostiene il SI al Referendum del prossimo 17 aprile. Ed è una posizione difficile da comprendere quando afferma: “Il SI al quesito referendario non produce disoccupati” . Intanto nella sola Ravenna i posti a rischio sono oltre 6000 quelli direttamente impegnati nella manutenzione e produzione degli impianti offshore e 32000 in tutta Italia. Un settore già in aria di crisi al solo annuncio del referendum. Società che fino ad ieri avevano posizione aperte per la ricerca di personale qualificato e specializzato, come marinai, tecnici, meccanici, saldatori certificati RINA, sommozzatori, hanno avviato pratiche per la messa in cassa integrazione del personale o, addirittura, posto in licenziamento persone che – da un giorno all’altro – si sono trasformate in un peso inoperoso piuttosto che una risorsa per l’azienda. Landini tradisce il suo mandato di tutore dei diritti dei lavoratori per aderire ad una campagna ideologica fondata su luoghi comuni, slogan e diatriba di potere fra esponenti del Partito Democratico.
La RANA spa di Marina di Ravenna, società leader italiana, impegnata da 50 anni nei servizi subacquei in Adriatico, ha messo in cassa integrazione i suoi oltre 100 fra sommozzatori, tecnici e personale amministrativo, e  fermando le posizioni “lavora con noi”. Ma c’è di più. Società come Bambini specializzata in trasporti marittimi di persone, materiali per offshore, Hydro Drilling (con un fatturato di oltre 800 milioni di euro nel 2015), Rosetti spa, hanno posto anche loro in cassa integrazione centinaia di persone. E la ricaduta sul territorio è senza precedenti. E sono costi che si riversano sulla collettività. Le aziende che aderiscono ad AISI, Associazione Imprese Subacquee Italiane, e che operano nei servizi subacquei per l’industria rappresentano la punta di diamante di un settore che produce ricchezza, posti di lavoro, know how tecnologico ed ingegneristico, ed un fatturato che supera il miliardo di euro, sono entrate in crisi al solo annuncio del referendum. E sono aziende che applicano il contratto metalmeccanico. Il settore sindacale di Landini. Che si faccia un giro per quelle aziende il segretario della FIOM e vediamo cosa ne pensano i lavoratori per quella sua posizione affianco a persone ed idee che poco o nulla sanno di cosa sia il lavoro offshore. Motivati, come nel caso di Michele Emiliano, da diatribe funzionali alla gestione del potere decisionale sulle concessioni. Altro che tutela dell’ambiente.

Un settore quello offshore di Ravenna che coinvolge alberghi e ristoratori che intorno all’offshore producono posti di lavoro e fatturato di primaria importanza per il territorio. Allora non si capisce la posizione di Landini se non in chiave strumentale e politica contro il governo del Paese.

Chi sostiene il NO al referendum non è contro l’Ambiente. L’ambiente non si difende chiudendo i pozzi di metano attivi. Essi non producono alcun inquinamento se gestiti con responsabilità e legalità. E’ il malaffare che produce inquinamento del territorio. Ma ciò non interessa il settore offshore dove gli indicatori ed i controlli sono di tipo “multilivello”, praticamente impossibili da eludere. Anche volendo. Se in altri settori vi sono dei comportamenti illegali ciò non ha da essere l’indicatore negativo di una risorsa che da oltre 50 anni produce energia pulita e non inquinante. Lo si diceva, infatti, rispetto alle centrali alimentate a carbone o con il nucleare. La scelta ricadde sul gas perché, si diceva, risorsa pulita, con minore emissione di Co2 rispetto al carbone e non pericolosa come quella nucleare. Ora si vuole sostenere che il gas inquina l’ambiente e, pertanto, le concessioni già in atto al loro scadere non devono essere rinnovate. Chiudiamo la bombola del gas nostrano per acquistare la stessa quantità dall’Estero. Atteso che “il rinnovabile” complementare per sostituire quello che noi già abbiamo non è disponibile e non è possibile ridurre il consumo di cui comunque abbiamo bisogno. Un “no nel mio giardino”, se è vero che il gas inquinerebbe. E gli stessi sostenitori del SI non si curano da dove proviene il gas: importante non è estrarlo nel nostro giardino. Sottacendo che per avere la stessa quantità di gas è necessario aumentare il traffico di gasiere (e petroliere) di circa 380 unità navali mediamente di 50mila tonnellate di stazza. Con quel che ne consegue di inquinamento da traffico navale nei nostri mari e nei nostri porti. Non è questa la strada che porta in Paradiso. E se lo fosse – ma non lo è – sarebbe costellata di croci sulle quali vengono crocifissi i lavoratori.

Carlo Rubbia, le rinnovabili e l’energia fossile. Un parere che fa giustizia dei luoghi comuni.

Carlo_Rubbia_2

di Giovanni Esentato

Il professor Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica nel 1984, insieme ad un pool di scienziati tedeschi ha messo a punto un  sistema per estrarre energia, senza emissioni di CO2, dal gas fossile. Una “scoperta” sulla quale gli stacanovisti delle risorse cosiddette “rinnovabili”, gli integralisti dell’eco ambiente mistico e i farisei del NO a tutto ciò che non sia un pannello solare (che in termini di impatto ambientale è uno dei maggiori sottrattori di risorse agricole mai inventato) o una macchina eolica (altrettanto invasiva in termini di inquinamento acustico e distruzione del paesaggio), tacciono. E certo non si può dire che il professo Rubbia sia una longa manus dei “poteri forti petroliferi”. Anzi egli, nemo profeta in patria, è stato uno dei maggiori artefici di impianti termodinamici alimentati da energia solare. Uomo di Scienza di rilevanza mondiale ha riveduto la sua posizione, primariamente portatore di teorie sulle rinnovabili, proprio per la sua capacità scientifica di vedere, sperimentare ed osservare. Con quel distaccato senso delle cose che lo vede non affezionato a visioni filosofiche o mistiche sul modo di produrre energia. Assunto che essa, l’energia, è una ineludibile ed inderogabile necessità ed il passaggio dalla fossile (gas) alle rinnovabili, come la geotermia, è vista come una conquista e non come una perdita di risorse. Qui la intervista che già nel 2011 rilasciava a Repubblica.it. Una chiarissima sintesi sulla modalità di uso delle diverse forme di risorse energetiche senza i fronzoli del misticismo ambientalista, inconcludente di questi giorni. Nel 2015 in una intervista a TGcom24 il suo pensiero evolve verso un nuovo e “rivoluzionario” uso della risorsa fossile grazie agli studi e ricerche realizzate in Germania. Ed egli, seppur Premio Nobel per la Fisica quantistica, cuore della Energia Nucleare, fa un balzo in avanti lasciandosi alle spalle quelle teorie che pure lo hanno visto assertore e sostenitore dell’energia nucleare negli anni 80. Una mente da scienziato “plastica”, che non si innamora di teorie ma che le testa e le modula sulle nuove conoscenze scientifiche che egli stesso sperimenta, ricerca e adotta. E’ di questo che ha bisogno l’Italia. Non di stereotipate e immobili posizioni che alimentano mistiche idee sull’ambientalismo. Sterili quanto dannose, soprattutto all’ambiente, che solo a chiacchiere e con azioni propagandistiche dice di voler difendere.

Le bufale sulle cozze di Marina di Ravenna degli ambientalisti smentite dall’ASL

certificato_asl_cozze_ravenna

Nei giorni scorsi forti e pesanti sono state le “calunnie” poste in essere  dai cosiddetti “ambientalisti” di Greenpeace ai danni delle Cooperative che si occupano della raccolta e vendita delle cozze raccolte nei siti offshore davanti le coste di Marina di Ravenna. Uno squallido tentativo di mettere in cattiva luce un prodotto che da molti decenni è considerato un prodotto di assoluta qualità, superiore anche ad allevamenti “tradizionali”, e che viene esportato in tutta Italia e, pertanto, subisce svariati controlli sulla sua qualità e salubrità. Un danno che non interessa soltanto gli oltre 50 componenti le cooperative ma che investe trasportatori e ristoratori.

Quell’ambientalismo mistico che crea disoccupazione in Puglia

porto di taranto
Il 12 gennaio, ad Atene si sono aperte le buste per l’assegnazione del 67% del porto di Atene, la cui vendita dovrebbe dare, almeno per un po’, ossigeno alle disastrate casse greche.
Unico concorrente alla gara era la compagnia di logistica di Stato cinese Cosco  (China Ocean Shipping Group Company); l’ammontare dell’offerta è ancora segreto ma, secondo indiscrezioni raccolte dal Wall Street Journal, dovrebbe superare i 700 milioni di euro.
Soldi che, se le cose fossero andate diversamente, avrebbero potuto piovere su Taranto, città che ne ha quanto mai bisogno e che, da anni, contende ad Atene l’attenzione degli operatori cinesi e la possibilità di diventare ‘la Rotterdam del sud Europa’.

Una sfida, quella tra Taranto e Atene, che va avanti da anni, per lo meno dal 2001, e che, alla fine, sembra aver premiato i greci.

Peccato, perché in un primo e lungo momento sembrava avesse vinto Taranto: nel 2001, in Puglia, erano arrivati i grandi investitori hongkonghesi di Hutchison Whampoa (il più grande terminal operator del mondo) e successivamente la taiwanese Evergreen che, attraverso la Taranto Container Terminal, erano di fatto i padroni del porto, nel quale prevedevano di riuscire a movimentare fino a due milioni di container all’anno.

Le condizioni sembravano esserci tutte: Taranto ha tutte le carte in regola per essere l’approdo naturale delle navi in arrivo da Suez: è dieci giorni di mare più vicina di Rotterdam, ha un grandissima pianura alle spalle, la ferrovia e l’autostrada a pochi minuti, tutta dritta ampia e senza nessuna frontiera da attraversare fino a Milano e al Brennero e, soprattuto, una posizione, unica e preziosa, al centro esatto del Mediterraneo.

C’era tutto. Solo gli investitori asiatici chiedevano alcune opere di ammodernamento. Niente di enorme, ma fondamentali, per loro: la ferrovia, da allargare e allungare un po’ in modo che arrivasse fino al porto; l’autostrada da prolungare di una ventina di chilometri in modo che arrivasse più vicina alla città e, soprattutto, il rifacimento del molo polifunzionale e il dragaggio del porto, da rendere un po’ più fondo, così da permettere l’ingresso in porto di navi più grandi e ampliare i traffici possibili.

Opere, almeno in parte, già finanziate, che aspettavano solo di partire. Nel 2012, l’allora ministro Fabrizio Barca aveva firmato un accordo che prevedeva investimenti pubblici per 300 milioni di euro e i lavori per la nuova  foranea a protezione del porto. In cambio, Hutchison si impegna a non spostare il suo traffico sul Pireo.

Solo che, tra una cosa e l’altra, i lavori non partono mai, ma si incagliano in una serie di lungaggini, veti incrociati, ricorsi al Tar che bloccano tutto per mesi e per anni, fino a quando, nel 2014 i cinesi si stufano raccolgono le loro cose e se ne vanno a Atene, portandosi via i loro soldi e i loro i container.

I 568 operai vengono lasciati a casa con un sms: “Sino a nuova disposizione dal 28 maggio lei è dispensata da attività lavorativa” e dal settembre scorso sono in cassa integrazione a zero ore”.

A Taranto sulla banchina vuota, che nel 2015 ha movimentato zero TEU (contro i 900 mila del 2006 e i 600 mila del 2013) non rimane più niente. Anzi no, per ironia della sorte, cominciano i lavori di rifacimento del molo e di dragaggio del porto.

“Quello che da tempo i gruppi cinesi attivi nel porto chiedevano erano una serie di opere di ammodernato del porto- commenta il presidente dell’autorità portuale tarantino Sergio Prete-, primo tra tutti il rifacimenti del molo polifunzionale e il dragaggio del porto, così da consentire l’ingresso di navi più grandi. Questi lavori , nonostante alcuni intoppi, alla fine sono partite e, proprio in questi mesi si stanno compiendo. Ora che i vecchi investitori non ci sono più renderanno Taranto appetibile ad altri operatori. Il porto- continua Prete- non muore, anzi- insiste il presidente- nei prossimi mesi sarà pubblicato un nuovo bando di assegnazione della banchina sei, quella commerciale, lasciata dalle navi di Pechino, che più nuova e ricettiva, tornerà in attività”.

In buona sostanza si lavora per le enormi navi che sono dirette al Pireo.